L'Amazzonia rupestre di Ermanno Stradelli

06.01.2021

Ermanno Stradelli avrebbe storto il naso di fronte a tanto sensazionalismo giornalistico. "Scoperta la Cappella Sistina degli Antichi nella remota foresta amazzonica", l'altisonante titolo strillato dall'Observer lo scorso 29 novembre. I quotidiani inglesi restano indubbiamente maestri nel costruire scoop, così oggi come ai tempi delle spedizioni in Colombia dell'esploratore di Borgo Val di Taro. Grazie alla viralità dei lanci su social networks, in poche ore la notizia è apparsa ovunque, accendendo fervide fantasie, brividi d'avventura e tormentosi interrogativi sulle "decine di migliaia di pitture rupestri" che, all'interno della Serrania de la Lindosa (circa 400 km a sud della capitale Bogotà), mettono in scena la megafauna dell'ultima era glaciale o, addirittura, creature ancor più antiche di 12.500 anni fa. Paleolama. Bradipi giganti. Cavalli selvatici. Se qualcuno ha subito obiettato che il sito non è altro che il complemento di un'area archeologica ben più vasta, nota almeno dai tempi degli studi botanici di Richard Schultes nel 1943 e tutelata dal Parco nazionale Chiribiquete, l'entusiasmo alle stelle merita spiegazioni un po' più accorte. 

IL PERICOLOSO BINOMIO "RICERCA-SVILUPPO"

Sino a pochi anni fa, la foresta "custode dei misteri indigeni" era territorio ancora interdetto alle spedizioni scientifiche, trovandosi al centro degli scontri fra le truppe governative e le temute Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia, di matrice marxista-leninista). Con l'istituzione nel 2019 del Ministero della Scienza, della Tecnologia e dell'Innovazione, insieme a scienziati e ricercatori finalmente autorizzati a muoversi nelle aree più remote del Paese possono ora festeggiare anche le multinazionali. La maggior parte dei fondi stanziati dal governo colombiano per il settore "Ricerca&Sviluppo" (oggi appena lo 0.24% del Pil, ma su promessa del presidente Pedro Duque in crescita all'1.5% entro il 2022) lega infatti a doppio filo il finanziamento delle spedizioni alla costruzione di infrastrutture e allo sfruttamento delle risorse prime. Fra le zone di maggior interesse economico rientra la selvaggia Serrania de la Lindosa. Nessuna sorpresa, dunque, se verrà chiesto a breve di rendere il sito più "accessibile", affinché possa essere meglio studiato e apprezzato. 

SPEDIZIONI NEL SELVAGGIO VAUPÉS

Autentico conoscitore e amico delle popolazioni locali (neppure citate nell'articolo dell'Observer, nonostante nell'area vivano nomadi come i Nukak Maku), Ermanno Stradelli sapeva bene che le opere rupestri sono realizzate nei luoghi più remoti proprio perché considerate sacre, depositarie di un sapere destinato a chi ne sia davvero degno. Nato l'8 dicembre 1852 in un piccolo paese a cavallo fra Piacenza e Parma, a 27 anni è già in viaggio per il Brasile, con destinazione Manaus. Sulle rive del Rio delle Amazzoni respira finalmente quella libertà che l'Italia borghese e post-risorgimentale non è in grado di offrirgli. Dopo aver familiarizzato col portoghese, ospite dei Padri Francescani, nel 1880 si lancia nella prima spedizione lungo l'inesplorato Rio Purus, cui presto ne segue un'altra nell'insidioso Vaupés colombiano: il territorio confinante con la Serrania de la Lindosa. Ne rimane affascinato a tal punto, da volervi ritornare più e più volte nel corso della sua vita da oriundo brasiliano, raccogliendo materiale di valore inestimabile per la Società Geografica Italiana (oggi in parte conservato anche nel pittoresco Castello di Rivalta). Se la ricostruzione della leggenda dello Jurapary resta forse il suo contributo più alto, avendo messo per iscritto una tradizione orale che narra la cruciale rivoluzione dal matriarcato al patriarcato amazzonico, di non meno valore sono le sue annotazioni sull'arte rupestre del Vaupés. 

UN ALFABETO IDEOGRAFICO INDIGENO

Patrimonio di conoscenze tuttora poco noto (soprattutto nel sensazionalista mondo anglofono), ma che anticipa di oltre un secolo le idee sullo sviluppo della civiltà in Sudamerica. "Fino all'epoca del mio secondo viaggio (1882) al fiume Uaupés o Calary, come lo chiamano gli indigeni - ricorda nella nota "Iscrizioni indigene della regione del Uaupés" - mi furono fatti vedere certi curiosi disegni che, pazientemente incisi, spesso su rocce durissime, si rinvengono lungo le sponde dei fiumi, sui fianchi denudati delle colline, nel seno delle foreste, un po' da per tutto, infine, dove affiorano, dallo strato di sedimenti che formano la valle, roccie sufficientemente dure per offrire all'indigeno una superficie resistente all'azione degli agenti atmosferici o all'impeto e all'erosione dell'acqua". Stradelli osserva incisioni, anziché pitture a base d'ocra, descrivendo ciononostante soggetti alquanto affini. Animali, cacciatori, motivi geometrici da lui riprodotti appaiono disegni più semplici di quelli dipinti nella Serrania de la Lindosa, ma la ragione non è ascrivibile alle sole difficoltà d'incidere nella roccia. Confrontandosi direttamente con gli indigeni, in principio ritrosi a condividere il loro sapere con l'uomo bianco, intuisce che le incisioni sono "veri documenti storici, vere iscrizioni a caratteri convenzionali, indicanti forse l'itinerario di antiche emigrazioni e fatte per segnare il cammino ai survenienti". Compila addirittura intere tabelle che permettono di "leggere" il significato e la storia dell'alfabeto ideografico, collegando animali totemici e costellazioni celesti. Per lui si tratta di un'arte epigonica, riadattata forse da raffigurazioni più antiche, che le tribù locali venerano e rinfrescano periodicamente seguendo ritualità segrete. Usanza tuttora diffusa fra gli aborigeni australiani, che non casualmente gli ultimi studi genetici e paleoantropologici sospettano aver raggiunto l'America del Sud in tempi antichissimi. 

GENI AUSTRALIANI IN SUDAMERICA

Il saggio "Genetic evidence for two founding populations of the Americas", scritto da Pontus Skoglund e David Reich nel 2015, è fra i primi documenti accademici a rompere il tabù archeologico sulla possibilità di collegamenti via mare fra Australia e Sud America, testimoniati dall'anomalia delle tribù Surui e Karitiana. Se ad essi aggiungiamo poi i recenti studi sulla civiltà americana pre-Clovis, sulla sorprendente e antichissima tecnica amazzonica di arricchimento del suolo agricolo, denominata "terra preta", ma anche i resti di centri urbani scoperti nella foresta da Michael Heckenberger, nonché gli studi sulla mitologia e i costumi desana dell'antropologo Gerardo Reichel-Dolmatoff ("Il Cosmo Amazzonico", 2014), il suggerimento avanzato da Stradelli - ritracciare i percorsi migratori seguendo le indicazioni dell'arte rupestre amazzonica - potrebbe condurre a lidi del tutto inaspettati. Fortunatamente il compito è stato oggi preso a cuore dalla piattaforma Casa degli Esploratori, che proprio agli enigmi amazzonici ha dedicato diverse iniziative d'approfondimento a fianco di ICOO, grazie anche alle recenti pubblicazioni dei libri "Viaggio in Amazzonia" di Gaetano Osculati ed "Ermanno Stradelli, un grande esploratore dimenticato", a cura di Corrado Truffelli. Nel 2018, Livia Raponi si è laureata all'Università di San Paolo con una tesi intitolata "Scritture del margine: Ermanno Stradelli in Amazzonia", attestando la straordinaria capacità dell'esploratore emiliano di descrivere la diversità in costante dialogo con gli indigeni, senza mai sovrapporre idee o preconcetti. Una lezione che gli "scopritori" della Serrania de la Lindosa, l'archeologa Ella Al-Shamahi e il professor José Iriarte, sembrano non aver ancora imparato, tanto da essere incorsi nelle critiche dei colleghi colombiani del Gipri (Grupo de Investigación Rupestre, impegnati nello studio del sito dal 2017). Ecco perché, oggi ancor più di ieri, è inaccettabile che resti quasi sconosciuta e addirittura non edita in Italia l'opera fondamentale di Stradelli: il "Vocabulário Português-Nheengato e Nheengatu-Português", vera e propria enciclopedia del sapere amazzonico che spiega significato delle parole, dei miti, dei pittogrammi, delle usanze e dei costumi, in accordo con il sapere antico delle guide spirituali amazzoniche.  

Alberto Caspani

(articolo curato per ICOOinforma)