en-Buon compleanno, Transiberiana

16/08/2017

A distanza di 100 anni dal primo viaggio aperto al pubblico, la Transiberiana resta ancor oggi la ferrovia più lunga al mondo: 9288 chilometri di binari, che dal cuore della capitale russa corrono sino all'Estremo Oriente, attraversando 485 ponti, 87 città, 16 fiumi e 8 fusi orari in 7 giorni di viaggio. Un mito intramontabile, eppur qualcosa sta definitivamente cambiando... 

Più che di Transiberiana, sarebbe ora si cominciasse a parlare di Transiberiane. Se la definizione al singolare poteva calzare ancora nel 1903, quando Pietroburgo e Vladivostok furono collegate per la prima volta in modo regolare e lungo un tratto continuo di quasi 10mila chilometri, oggi il mito della ferrovia più estesa del mondo coglie spesso impreparati. Non si tratta solo di un problema di scelta del tragitto più adeguato, benché sia di per sé evidente che le domande sollevate dalle sue molteplici diramazioni potrebbero già indurre repentini ripensamenti: meglio raggiungere l'Estremo Oriente passando per le comunità buddiste a sud del lago Bajkal? O lambendone invece la sponda nord, così da poter sbalordire di fronte al megalitico complesso idroelettrico di Bratsk? Passare per la Niznij Novgorod del padre del realismo socialista Maksim Gor'ki, o puntare piuttosto alla Celjiabinsk degli eroici carri armati T34? E ancora: scendere verso i centri aerospaziali di Samara, o tuffarsi nella sorprendente avanguardia culturale di Perm?

Interrogativi su interrogativi, rispetto ai quali le certezze del viaggiatore cominciano a vacillare, sempre non sia stato posto ancora il dilemma se volgere verso le steppe centroasiatiche, o lanciarsi piuttosto nei territori transmongolici. Quale treno, poi? I lussuosissimi e nostalgici modelli "Golden Eagle Trans-Siberian Express", o le più farraginose carrozze dei pionieri euroasiatici? E che pensare delle nuove locomotrici ad alta velocità, pronte a rivoluzionare il concetto stesso di viaggio via terra? Si potrebbe scegliere di restare a bordo per giorni ininterrotti e abbandonarsi completamente alla magia straniante dei 9 fusi orari attraversati, ma anche rischiare più e più soste, consapevoli del fatto che una Russia assai poco ortodossa è pronta a sedurre nel cuore della taiga, al pari delle streghe invocate nei versi di Esenin o Aleksandr Blok. A dispetto dell'immagine sinistra e desolata consolidatasi nell'immaginario europeo, "quell'immensa distesa a est del cuore", di cui Philippe Jaccottett ha invano cercato l'ultima parola, continua a rivelarsi frontiera d'inesauribili opportunità.

Non a caso sono sempre più i russi che, stanchi di vite troppo omologate, balzano sul primo treno in partenza, decisi a unirsi a qualche comunità utopica fra le inesauribili foreste di betulle evenke, o a isolarsi in angoli tanto remoti da scoprirsi improvvisamente asceti. E' capitato a chi ha messo piede senza troppa cautela sull'isola sciamanica di Olkhon, sacro ombelico del lago Bajkal, ma anche a quanti hanno avvicinato i villaggi "eretici" dei Vecchi Credenti, imbattendosi magari in un abitante della novella eco-Gerusalemme di Vissarion. Una verità sola resta inoppugnabile: cimentarsi nella traversata del continente euroasiatico significa perdere i nostri tradizionali punti di riferimento spazio-temporali, così come ritrovarsi a fare i conti con le voci mai veramente zittite della propria coscienza, pur nella rassicurante dimensione di un viaggio dove partenza e arrivo appaiono a loro modo certi. Che qualcosa d'indecifrabile s'insinui nelle pieghe dei pensieri, diviene manifesto già dopo le prime tappe: la luce, la cangiante e rassicurante luce del giorno e della notte, si sottrae silenziosa alla severa legge del quadrante, ingaggiando una sfida audace con l'autorità di Mosca. 

Nonostante l'orario di bordo sia tenuto a rispettare sempre e comunque la corsa delle lancette della capitale, nel disperato tentativo di aggrapparsi a un principio d'ordine, l'immutabile teoria di betulle fuori dal finestrino finisce per risvegliare dubbi atroci: Viktor Pelevin, una delle penne più geniali della Russia post-sovietica, li ha fatti propri nello straordinario racconto de "La freccia gialla", nel quale i passeggeri a bordo del treno finiscono per rinunciare a capire per quale motivo non si arrivi mai a destinazione, tanto da trasformare le carrozze stesse in un micromondo fuori dal mondo. Si parte infatti con la certezza di raggiungere una o più città, o comunque di arrivare a destinazione, salvo poi rendersi conto che sono le città stesse a essere già sedute al nostro fianco, mentre l'abitudine, o semplicemente il bisogno di votarsi alla convivialità - al di là della comprensione o meno della lingua - rende piano piano invisa l'idea di dover arrivare. Anzi, decide infine di rimuoverla; perché arrivare significherebbe dover rompere improvvisamente l'incanto di un'improbabile comunità nomade che, nella schiettezza sospesa delle sue confessioni, appare assai più umana e autentica di qualsiasi cosa possa stare oltre.

Può riconoscersi in un brindisi clandestino a base di vodka e cetrioli salati, quando l'assistente di carrozza, la nerboruta provodintsa, è intenta a controllare l'ebollizione del samovar a fine scompartimento; può solidarizzare durante il mercanteggio di un piroshki ripieno al cavolo, in una delle affollatissime e a volte frenetiche soste che permettono ai contadini di piazzare sui binari le loro primizie di campagna; può manifestarsi nel corso di una partita a scacchi, ingaggiata infilando con complicità un pedone fra le dita; e poco importa se non si vincerà mai: sono gli sguardi camerateschi, gli abbracci costretti all'addio, i cori contagiosi intonati per coprire la litania delle rotaie, a parlare una lingua sconosciuta, ma incredibilmente chiarissima. A volte si rianima attraverso un brandello di pesce secco allungato sotto il naso nel cuore della notte, mentre si è avvolti in lenzuola impeccabili quanto le premurose mani delle sorveglianti; altre irrompe nella melanconica balalaika che sveglia sulle note di Podmoskovnye vecera, tributo alla Mosca che fu, o forse è sempre stata. La cogli nel sorriso della giovane studente Tanya di Yekaterinburg, che orgogliosa ti mostra le sue foto alle installazioni in ferro della capitale estrattiva degli Urali; la ritrovi nelle sculture in legno di Dimitri, sbucate improvvisamente da una sacca che profuma ancora dei larici a nord di Omsk; scintilla negli occhi a mandorla di Andrej, che tiene ostinatamente calcato sulla testa il cappello in feltro dei buriati, i fieri discendenti di Gengis Khan. Ovunque lo sguardo si posi o l'orecchio si tenda, è sempre un brulicare di vita che si porta appresso un frammento unico - e forse irraggiungibile - dei 46 oblast, delle 22 repubbliche, o di qualsivoglia partizione la leggendaria burocrazia della Federazione russa escogiti, mentre fratelli, cugini, avventurieri, "biznes men" e perdigiorno continuano a spostarsi in barba agli ormai dissolti confini dell'ex impero sovietico. No. Un viaggio lungo la Transiberiana non basterà mai, ma neppur mille: perché la Transiberiana resta un nome di comodo solo per chi si ostina a pensare esistano un inizio e una fine. Forse una necessità di sopravvivenza per noi europei, cresciuti a pane e illuminismo. Niente più che uno sbadiglio d'eternità, per quell'orso russo che porta nel cuore l'infinito e ha negli occhi il sorriso enigmatico della Sfinge. 

"Moj dom, maja kriepost'"

"La mia casa è la mia fortezza". La Russia storica comincia qui. Da questo antico detto popolare d'incerta origine che, nella sua versione slava, condensa però secoli, se non millenni, di ostinati tentativi di radicamento. Privo di rilievi capaci di offrire una difesa naturale e favorire lo sviluppo continuativo di una civiltà, il territorio oggi occupato dalla Federazione russa è sempre stato spazio di facile conquista, tant'è che l'unico modo per consolidare la propria presenza finì per passare dall'innalzamento di barriere artificiali. Così almeno la pensavano i popoli nomadi e guerrieri, di origine indoeuropea, che spazzarono via o si sovrapposero a una civiltà ancor più antica e pacifica, basata sui valori antitetici del matriarcato e dell'agricoltura, ma soprattutto su rapporti di solidarietà collaborativa: seguendo gli studi dell'archeologa Marija Gimbutas, si può allora ben comprendere come il cosiddetto "complesso d'assedio", frettolosamente ascritto ai russi dall'Occidente atlantico, non sia affatto una distorsione psicologica del loro carattere nazionale, bensì il fondamento stesso su cui la loro civiltà è stata edificata. Bisognerebbe tenerlo a mente ogni volta che ci s'imbatte in un cremlino, presenza costante in ogni città russa di antiche origini (sono almeno 20 quelli cui viene attribuita maggior importanza storica), in quanto evoluzione del più basilare ostrog: accampamento colonico chiuso da palizzate in legno, grazie al quale non solo hanno preso origine i primi centri abitati della Russia, ma ne hanno anche alimentato la costante espansione attraverso i territori siberiani. 

Il concatenamento degli ostrog fu infatti lo schema d'insediamento mediante cui i Cosacchi, a partire dal valoroso Yermak nel XVI secolo, avanzarono dalla Moscovia sino alle coste del Pacifico, secondo una modalità che ricorda quasi la riproduzione cellulare. A differenza dei castelli o delle fortezze presenti nel resto d'Europa, i russi sono stati costretti a sviluppare i propri nuclei abitativi o militari secondo un principio di orizzontalità che, data la morfologia del terreno, necessitava di occupare tutti gli spazi piani per poter difendere con successo gli insediamenti creati. Persa la loro funzione militare, parte degli ostrog lignei sono evoluti in cremlini in pietra, differenziandosi stilisticamente e costellando la Russia di veri e propri capolavori architettonici: se i nuclei di Kazan e Astrakhan, dove l'influenza tartara-mongolica è meglio distinguibile, sono oggi fra i Patrimoni Unesco di più immediato accesso insieme al complesso di Mosca, il più antico risulta invece il cremlino di Veliky Novgorod, le cui prime attestazioni risalgono al 1044. Quello maggiormente esposto a nord si trova nelle famigerate isole Solovetsky, ex monastero artico trasformato in penitenziario. Perla straordinaria, purtroppo rimasta isolata dalla principale arteria della Transiberiana, resta però Tobolsk, per secoli il cuore nevralgico dell'avanzata a est, prima di essere scavalcato da Yakutsk, nella repubblica di Sacha. Proprio per la sua posizione insolitamente rialzata, ha acquisito uno status peculiare che, sino ad oggi, gli ha permesso di essere l'unico cremlino in pietra di tutta la Siberia. La sua bellezza scenografica ha ispirato numerosi fotografi, ma nessuno è riuscito sino ad ora a produrre uno scatto del valore pari a quello dell'ex presidente Dimitri Medvedev: venduto a un'asta di beneficienza il 16 gennaio 2010, ha fruttato ben 51 milioni di rubli (all'epoca, quasi 2 milioni di dollari). 

Alberto Caspani