La febbre artica di Giacomo Bove

11.04.2013

Col progressivo discioglimento dei ghiacci, la leggendaria Northern Sea Route percorsa per la prima volta dall'esploratore astigiano nel 1878 è oggi diventata la più breve via di collegamento fra i tre grandi Oceani. Una "scorciatoia commerciale" che fa gola a molti, ma capace ancora di riservare tragiche sorprese

Una rivoluzione silenziosa e micidiale si profila nella terra degli Zar. No, no. Inutile addossare responsabilità al compagno Vladimir Ilic. Almeno per questa volta. Ha già sin troppi grattacapi col suo mausoleo in Piazza Rossa, ogni due per tre sulle prime pagine dei quotidiani, ansiosi di reclamare l'immediato sfratto, o il permesso di soggiorno in aeternum, a seconda di come spiri il gelido buran.

A ghiacciare il sudore in fronte ad armatori e multinazionali è piuttosto il disfacimento della calotta artica, che in un crack degno della migliore Wall Street d'annata, ha reso possibile l'impossibile: un'autostrada marina di 7.200 chilometri in grado di snodarsi, senza soluzione di continuità, dal porto di Murmansk al remoto Capo Dezhnev, là dove le estreme acque del Pacifico lambiscono l'ultima punta del continente asiatico.

Sette giorni di navigazione a una media di 12.5 nodi (circa 23 km/h), contro le circa tre settimane via Suez, fra dazi indisponenti, pirati all'arrembaggio e implacabili monsoni.

"Dimostrata la navigazione possibile ad oriente dei Capi, come gli svedesi l'han dimostrata in ponente, sorgerà il quesito commerciale utilitario, per i fiumi l'Anabara, l'Olonek, il Lena e il Kolyma, come è già noto e pressoché favorevolmente risolto lo Yenissei e per l'Obi; ne saranno migliorate in un lontano avvenire le sorti di paesi immensi, e sulla bandiera di mare si leggerà anche nelle acque siberiane quel motto che in tutto il mondo sovr'essa si legge e ne esprime chiaramente l'ufficio e gli scopi: "Pel bene di tutti"

(discorso di Giacomo Bove presso la sala della Società Geografica Italiana - Roma, 10 febbraio 1878)

Non c'è da sorprendersi se la Northern Sea Route, lo scorso anno, sia stata scelta più che volentieri da quasi 50 convogli, Cina inclusa.

Ci risiamo: la via è aperta, cannoneggia il Barents Observer. Il leggendario Passaggio a Nord-Est chiama, gli fanno eco le colonne dell'Aftenposten. Ancora una volta, verrebbe da dire: ma tutto lascia supporre che si faccia sul serio, ora. Keep calm. Meglio non farsi prendere da facili entusiasmi.

Dal 1553 la sirena tentatrice del Polo promette di offrire una scorciatoia ai più audaci traffici dell'umana cupidigia, salvo poi reclamare salatissimi pegni: iceberg siluranti a parte, oggi è tornata a ordinare rompighiaccio nuovi di zecca, porti all'altezza dei suoi sovietici fasti imperiali, leggi spicce e, soprattutto, bocche cucite.

Il presidente Putin l'ha fatto intendere anche ai più duri di orecchi: "il pericolo di una militarizzazione dell'Artico esiste".

Occhi glaciali fissi nella telecamera. Ruga del condottiero in bella mostra. "Attentati metodici sono portati avanti in un modo o nell'altro, pur di far vacillare l'equilibrio strategico" - queste le sue parole nel solenne discorso dell'ultimo febbraio "caldo" - "gli Stati Uniti hanno di fatto avviato la seconda fase di dislocamento del loro sistema di difesa missilistica globale e ci sono prove di un'espansione della Nator ancor più a est. Il nostro obiettivo, a questo punto, è di creare forze armate mobili ben equipaggiate, pronte a rispondere immediatamente e adeguatamente a ogni possibile minaccia alla pace, per proteggere i nostri concittadini, i nostri alleati, il futuro della nazione e dello Stato. Entro il 2015 la proporzione delle armi di nuova generazione dovrebbe aggirarsi sul 30%, ma nel 2020 salirà al 70/100%". Punto e basta. Microfono chiuso e mondo col fiato sospeso. Italia a parte, placidamente assopita nella sua inarrestabile deriva mediterranea. 

Sarà per me questo viaggio una scuola nella quale io devo imparare a rendermi utile al mio Paese: ... oh, quale sarebbe la mia felicità se tornando da questo viaggio, giungessi a far alzare al picco di un bastimento italiano la nostra bella bandiera tricolore, destinata a sventolare nelle regioni artiche! (Giacomo Bove)

Eppure ci fu un tempo, neanche troppo lontano, in cui il Belpaese poteva vantare fra i ghiacci uno dei suoi migliori lupi di mare, alle cronache Giacomo Bove da Maranzana (Asti), idrografo di bordo sull'ex baleniera Vega del comandante Adolf Erik Nordenskioold, ma nella vita di tutti i giorni incallito esploratore. Era stato scelto dal baffuto svedese per la sua straordinaria capacità di leggere le correnti marine, come già aveva avuto modo di dimostrare nella spedizione in Estremo Oriente sulla pirocorvetta Governolo, ripetendosi poi nei sopralluoghi della Washington lungo lo Stretto di Messina, attorno al 1877. Quando partì alla volta del Polo aveva appena 25 anni, due occhi blu che facevano ammattire le ragazze d'ogni lido, oltre a una fiera barba dietro cui celava il suo animo irrequieto; il lato oscuro di un uomo troppo avanti per un'italietta dalle gambe ancora vacillanti. Dove gli inglesi, olandesi, danesi e russi avevano fallito, là era certo lui avrebbe marchiato a fuoco il suo nome: la Vega lasciò Karlskrona in Svezia il 24 giugno 1878; il 16 luglio era già in vista del Mar Glaciale Artico, tagliò quindi le acque del Mar di kara stabilendo i primi contatti con i selvaggi Samoiedi, divoratori di renne crude e in odore di cannibalismo.

Ad agosto il sogno prendeva forma: "il camminare nell'isola di Dickson è difficile e faticoso, poiché a causa del disgelo delle nevi il terreno è così imbevuto, che vi si affonda sino a mezza gamba e parecchie volte corsi il pericolo di lasciarvi i miei stivali. Desinammo a ridosso di una grande pietra che ci riparava alquanto dalla pioggia, sempre col fucile accanto e la cartucciera aperta".

L'equipaggio si era imbattuto in una serie di isole inesplorate che Bove, su ricompensa dello stesso Nordenskioold, battezzò prontamente con italici nomi: la Re Umberto, l'affioramento Brin, allora ministro della Marina, quindi la Negri, in omaggio al commendatore della Società Geografica Italiana, e ancora la Bucchia, la Correnti, la Accini.

Ma la natura si è mostrata vesto quel di vasto Paese ben altrimenti matrigna di ciò che si è generalmente creduto... (Giacomo Bove)

Briciole d'Italia a latitudine zero, nulla più che rocce scabre stritolate dal ghiaccio per dieci mesi all'anno, ma destinate a riempire i buchi neri delle carte di navigazione e a indicare l'inestricabile via per il Pacifico. 

"Alle 4 torniamo verso la baia nella quale trovasi la Vega. I marinai sono così stanchi, che non hanno più il coraggio di camminare. Io proseguo avanti pensando ai miei cari. Non incontrammo né orsi, né renne: una sola volta un grosso uccello bianco, un Larus glaucus, ci pose in allarme: posammo i nostri strumenti e nel mentre credevamo di aver a che fare con un plantigrado, ecco che esso uccello piglia il volo e ci lascia con tanto di naso".

Potrebbe essere il diario di bordo dell'inglese Hugh Willoughby, il primo a tentare l'impresa nel 1553, arrivato però ad avvistare solo l'arcipelago di Novaja Zemlja. "Più di cinque anni dovettero trascorrere prima che una nave esploratrice partita dall'Inghilterra - annota Giles Milton, nel suo succulento "L'isola della noce moscata" - scoprisse quello che era accaduto alla bona Esperanza e alla Confidentia. Entrando nella baia in cui Willoughby aveva scelto di svernare, i tardivi soccorritori s'imbatterono negli scafi scheletrici e marci delle due navi, che avevano finito i loro giorni come ossari".

L'ambasciatore veneziano a Mosca, Giovanni Michiel, fu uno dei primi testimoni a raccontare i macabri dettagli di quel ritrovamento: "la quadra di soccorso era tornata al completo, portando con sé i due velieri del primo viaggio, avendoli trovati sulla costa moscovita con gli uomini a bordo tutti congelati. E loro, i soccorritori, narrano strane cose sul modo in cui erano congelati, alcuni con la penna ancora in mano e i fogli davanti alla tavola, un piatto in mano e un cucchiaio in bocca; altri ancora mentre aprivano un armadietto e infine altri in varie posizioni, come statue, come se fossero stati messi a bella posta in quella posizione".

Per inglesi ed olandesi, all'alba dell'epopea mercantile, scovare il Passaggio a Nord-Est era diventata un'ossessione: con Portogallo e Spagna già padroni della Rotta delle Spezie, l'Asia restava dannatamente inaccessibile.

Il frisone Willem Barentsz mise persino piede sui territori rivelatisi a Willoughby, ma ancora una volta fu abbraccio mortifero: preso in trappola dagli iceberg di luglio, svernò sulle isole con tutto l'equipaggio. A novembre le scorte scarseggiavano già: volpi artiche e orsi polari permettevano almeno di variare la dieta. Il gelo, tuttavia, era disumano. Le calze s'incendiavano prima ancora di poter scaldare i piedi vicino al fuoco; di notte bisognava dormire avviluppandosi alle palle di cannone incandescenti, mentre di giorno l'alta rifrazione della luce fra i termoclini dell'acqua dipingeva miraggi frustranti. Troppo, davvero troppo anche per il profeta del Passaggio a Nord-Est: a giugno, undici mesi e una settimana dopo aver ripreso il mare, Barentsz s'accasciò di colpo sulle carte nautiche che lui stesso aveva abbozzato. La sirena dell'Artico gli aveva succhiato l'ultima goccia di sangue caldo.

Se l'uomo non avesse memoria tanto corta, forse eviterebbe ogni volta di fare il passo più lungo della gamba. Ma dagli Stati Uniti avide ricerche guardano al 2050 come punto di non ritorno per la calotta artica: la via marittima più breve, fra Asia ed America, passerà allora al centro del Polo, dal momento che i ghiacci non saranno più in grado di opporre resistenza al transito delle navi. O almeno così suppone lo studio recentemente pubblicato sul Proceedings of the National Academy of Science Journal da Laurence Smith, ricercatore e professore di geografia presso l'Università della California di Los Angeles.

Non v'ha più nobile di quello che ha per cupola il firmamento, per suolo il ponte di una nave, per invito alla preghiera la sublime armonia del bacio che il vento notturno imprime al flutto capriccioso (preghiera dell'equipaggio)

La nuova rotta dovrebbe ridare agli Stati Uniti un vantaggio strategico che oggi pesa decisamente sul piatto della Russia, in virtù della sua bislunga costa artica.

"L'anno scorso - ha confermato Smith - circa 50 navi hanno attraversato la North Sea Route, ma la mia ricerca mostra che saranno presto disponibili altre opzioni più flessibili. La via al centro del Polo, mai presa in considerazione sino ad ora, dovrebbe favorire rompighiaccio "leggeri", capaci di affondare in lastre spesse circa 1.2 metri. Il ghiaccio sciolto potrebbe infatti rendere queste rotte molto più agibili. Oggi non ha tanto senso, per qualsiasi nave, viaggiare fra il Nord America e l'Asia attraverso il Passaggio a Nord-Ovest. Le isole dell'arcipelago canadese rallentano la navigazione, mentre il ghiaccio galleggia in un modo che non favorisce lo sbocco sulla Northern Sea Route. La nuova via sarebbe oltretutto più breve di quest'ultima. In ogni caso, stanno alle proiezioni sul riscaldamento globale e alla perdita di ghiaccio nell'Artico, il Passaggio a Nord-Ovest diverrà sufficientemente navigabile per compiere il viaggio dalla costa orientale del Nord America allo Stretto di Bering in 15 giorni che, comparati ai 23 richiesti dalla Northern Sea Route, permetterebbero di risparmiare il 30% del tempo".

Tanta teoria e poca pratica. Sul fronte americano resta la consapevolezza di aver trascurato troppo a lungo un bacino strategico rispetto al quale la Russia, oggi, appare "avanti almeno di un decennio".

Non usa mezzi termini John Higginbotham, ex assistente al ministero canadese ai Trasporti, convinto che i continui fallimenti nella cooperazione fra Stati Uniti e Canada abbiano giocato solo a favore del gigante euroasiatico.

"E' un tema su cui gli Occidentali devono prendere ancora coscienza: stiamo lasciando ai russi una completa egemonia su questa particolare rotta commerciale"

Le proiezioni della flotta russa prevedono già l'integrazione di sei o dieci nuove unità rompighiaccio entro il 2020, tutte della costosissima categoria A1. Dall'altra, sono in corso lavori di rilancio delle principali stazioni della Northern Sea Route, a partire da Murmansk a Naryan Mar, da Dudinka ad Anadyr, senza trascurare scali intermedi come Arkhangelsk, Vorkutà, Nadym e Tiksi, presso cui si prevede transiteranno dai 3 ai 5 milioni di tonnellate di cargo. Il Ministero russo dei Trasporti è fra l'altro impegnato in una meticolosa opera di revisione delle carte nautiche, in vista di una nuova politica di tassazione e assicurazione internazionale da definire entro i prossimi quattro anni, supportata dalla creazione sulla costa artica di centri di emergenza a totale gestione russa. A partire da luglio 2014, Murmansk accoglierà anche i colossi del mercato crocieristico, la cui palma d'onore spetta per ora alla Seven Seas Voyager.

Ma non è tutto. Forte dell'accordo siglato col Concilio Artico nell'ottobre 2011, il Cremlino ha dato avvio alla lungimirante operazione Clean Up, sgombrando da scorie industriali e militari dell'ex Urss l'isola di Wrangler prima, l'arcipelago di Francesco Giuseppe poi. Nel frattempo il progetto Shtokhman, che mira a sfruttare giacimenti liquidi a 340 miglia dalla penisola di Kara, s'interroga su quali siano i costi effettivi di un'operazione capace, da sola, di mettere sul piatto quasi il 2% delle attuali riserve mondiali di gas. Rosneft, dal 2010, è invece intenta a esplorare un immenso bacino compreso fra il Mar di Kara e di Barents, nel quale si stima sonnecchino 21.5 miliardi di tonnellate di petrolio.

Qualcuno, come il direttore dell'Istituto degli esperti in valutazioni Nikolai Pavliuk, sostiene da tempo la necessità di ribattezzare l'Oceano Artico in Oceano Russo, in virtù delle leggi che riconoscono ai detentori delle maggiori superfici regionali l'auctoritas della nomenclatura.

Giusto per togliersi ogni dubbio, sette anni fa l'esploratore Arthur Chilingarov ha piantato la bandiera degli Zar sul fondale artico del Polo Nord, rivendicandolo alla Grande Madre. Ma la Russia ha pure i suoi grattacapi. "In una schiarita di nebbia, passato che avemmo la punta più orientale di Capo Scelagskoi, vedemmo sbucare da dietro un ghiaccione due battelli che, a voga arrancata, si dirigevano verso di noi, mandando altissime grida per attirare la nostra attenzione sopra di loro".

A dispetto di chi continua a pensare l'Artico russo un'immensa e desolata ghiacciaia, buona solo per succhiare gas, petrolio o smistarvi beni di consumo, Bove stesso aveva messo in guardia circa il forte attaccamento delle popolazioni indigene alla propria terra.

"Navighiamo lungo la costa della Nuova Semlia, la quale ci appare a 10 miglia di distanza. E' una costa bassa, che cade a picco in qualche punto del mare; in questi punti generalmente si addossa qualche banco di ghiaccio che noi distinguiamo da bordo. Nell'interno la terra va alquanto sollevandosi ed in alcuni punti essa forma larghe terrazze sormontate da rocce che da lungi hanno l'aspetto di castelli turriti" (Giacomo Bove)

"Questa gente appartiene ai Ciukci, i quali abitano la parte della Siberia compresa fra la baia di Ciaun ed il Capo Orientale dell'est, e a sud fino all'Anadir. Gli uomini sono piuttosto grandi di statura, di forme robuste. Eravi con loro anche una donna il cui tipo era completamente cinese. Aveva il naso tatuato con due linee che partendo dal limite superiore della fronte scendevano lungo il naso e terminavano alle narici (...). La donna portava i capelli con una grande scriminatura e due trecce pendenti, nella stessa guida delle Samoiede. Anche qui la civetteria ha fatto la sua comparsa. Non appena il battello di pelle di cavallo marino fu sotto il bordo, la nostra bella Ciukcia si gettò il cappuccio dietro la schiena e scoperse le sue trecce nerissime, nelle quali brillava qua e là qualche margheritina. E non mancava ad ogni occasione che si presentava di sorridere per far vedere due bianche fila di denti che una delle nostre gentili dame avrebbe potuto invidiare. Né questo solo essere avrebbero potuto invidiare: aveva due manine e due piedini! Sembra che, anche presso gli uomini che vennero a bordo, essa passi per una bellezza, poiché ho visto più d'uno guardarla con occhio più tenero: ed ho visto un giovanotto mostrare ad essa ogni oggetto che riceveva come se volesse dire: tutto per te".

La Chukotka, al pari della penisola di Yamal e dell'ancor più remota penisola di Taymir, è forse uno dei governatorati russi che - negli ultimi anni - ha compiuto passi in avanti capaci d'oscurare persino il primo piano quinquennale staliniano. Cittadine tirate a lucido, scuole di specializzazione altamente qualificate, ospedali ultramoderni e copiosi investimenti turistici, sotto la sapiente regia di un fido collaboratore del Cremlino quale Roman Abramovich, hanno offerto ai cacciatori di foche ed allevatori di renne una via dorata all'ambiguo benessere della Nuova Russia.

Oggi le terre di spopolano, i porti crescono. E con una rapidità tale d'aver messo in allarme persino Survival International, l'associazione che difende i diritti delle popolazioni indigene: in meno di 30 anni, il 70% dei popoli che vivevano di nomadismo, quali i Komi, i Nenets o i Sakha, è calato al 10% e, nonostante l'istituzione della Russian Association of Indigenous People of the North (Raipon), il loro diritto a essere consultati nello sfruttamento del territorio è considerato marginale. Molto spesso i tentativi d'ottenere risarcimenti per la perdita degli spazi d'allevamento, o per l'inquinamento delle risorse naturali, si rivelano vani. Una e una soltanto è la via da calcare: integrarsi ai nuovi progetti. Accomodarsi nei lussuosi "villaggi nazionali" appositamente creati per loro. Lex Sibiriana.

Costretta a svernare dal 28 settembre 1878 nella terra dei Ciukci, a Pitlekai, la Vega poté riprendere la sua marcia solo il 18 luglio 1879. 

Le isole Diomede e Krusenstern, che dividono lo Stretto di Bering in due canali di natura pressoché differenti, apparirono verso le 10 am, anch'esse rocciose e, benché a stagione avanzata, ancora in molti punti ammantate di neve. Di quando in quando scorgersi la costa americana: è il Capo Principe di Galles, scoperto dal celebre Cook. Al traverso di Capo Est si alzarono le bandiere di gala e si salutò l'avventurato nostro viaggio con cinque colpi di cannone. Era il suggello del compimento del Passaggio di Nord-Est (Giacomo Bove)

Da quel giorno il mondo non è stato più lo stesso. Il velenoso seme della conquista degli spazi estremi era stato gettato nelle lande vergini dell'Artico. Il 2 settembre la Vega attraccò a Yokohama venendo festeggiata per giorni e notti intere. Da lì attraversò quindi l'Oceano Indiano e il Canale di Suez, per terminare la sua incredibile impresa nel porto di Napoli, il 14 febbraio 1880.

Oggi la via di Nordenskioold e Bove è molto più che una possibilità. E' il cordone ombelicale di un nuovo Leviathan che già da tempo sta spostando il "polo" economico dall'Atlantico al Pacifico. Ma nella rassegna dei martiri che hanno aperto la strada alle magnifiche e progressive sorti, il pensiero di noi europei dovrebbe andare ad uno sconosciuto norvegese di nome Jens Munk. Stritolato dai ghiacci di Novaja Zemlja, perse ogni avere, ma seppe rialzarsi. Ritentò l'impresa via Canada: vide il suo intero equipaggio trasformarsi impietosamente in cristallo. Il suo corpo in carne macilenta. Affidò l'anima a un testamento, ma le onde della primavera lo regurgitarono davanti al tribunale di Copenhagen, reo d'essere sopravvissuto alla follia dell'uomo.

"Jens Munk non appartiene a coloro che vengono per raccogliere - scrive Thorkild Hansen nella sua biografia - è un viaggiatore, un cercatore, non un collezionista, nato fuori dal numero, senza domicilio sulla terra. Un tempo aveva creduto avrebbe ereditato il mondo intero. Ma non c'era riuscito. Ne aveva ottenuto solo i tre quarti, che non si possono mietere. Aveva sognato ricchezze e aveva voluto essere il proprio padrone. Ma possedere vuol dire perdere e diventare se stessi vuol dire non essere nessuno".

Un'eventualità di cui troppi sembrano essersi clamorosamente dimenticati: dare per scontato lo scioglimento dell'Artico può certo alimentare il dibattito su quale sia la rotta più conveniente, su chi saranno le future potenze egemoniche del mercato, o quali i beni capaci di stuzzicare l'ardente desiderio delle fashion victims del 2050 o più.

Resta da vedere, però, se quell'uomo tanto audace, ma scelleratamente cieco, abiterà ancora una pianeta che, un tempo, solevamo chiamare Terra.  

L'OMBRA LUNGA DI GIACOMO BOVE

Nonostante l'impresa dell'esploratore piemontese abbia scritto una pagina indelebile nella storia dell'umanità, il suo nome resta tuttora poco conosciuto. Forse ancor meno in Italia che all'estero. Solo nel 2004, anno di costituzione dell'Associazione culturale a lui dedicata (www.giacomobove.it), si è infatti cominciato ad apprezzare la grandezza del personaggio attraverso alcune iniziative di sensibilizzazione. Maria Teresa Scarrone, presidente dell'Associazione culturale Giacomo Bove & Maranzana, è però convinta che qualcosa stia finalmente cambiando.

Com'è stato possibile dimenticarsi per così lungo tempo di un vero e proprio eroe nazionale?

"Occorre riavvolgere il nastro della storia e tornare a una calda mattina dell'agosto del 1887. Quel giorno, il 9 per l'esattezza, Giacomo si trova a Verona. Sta rientrando da un breve viaggio in Austria, nel tentativo di curare le debilitanti febbri che aveva contratto durante l'ultima grande spedizione fatta in Congo due anni prima. Provato nel fisico, costretto a un lavoro stanziale come direttore della Società di Navigazione "La Veloce" di Genova, ma soprattutto disilluso da un Paese che non aveva saputo cogliere le grandi opportunità strategiche aperte dalle sue esplorazioni, esce dall'albergo e decide di spararsi sotto un albero in campagna. Una macchia orribile per l'Italia cattolica, dietro la quale emerge però l'affresco politico di un Paese incapace di valorizzare i suoi figli più talentuosi e perso a cavalcare la via aperta da altri, anziché percorrere la propria. Con le sue spedizioni in Artico e in Patagonia, nel 1883, Bove aveva infatti gettato le fondamenta per sviluppare progetti di ricerca che avrebbero rivelato la loro importanza solo molto più in là nel tempo, in particolare per quanto riguarda la sua pionieristica idea di esplorazione dell'Antartide. L'Italia guardava invece all'Africa, dove i giochi erano già fatti e destinati a concludersi nel peggiore dei modi: grazie a Bove, oggi avremmo potuto avere voce autorevole nelle questioni diplomatiche legate ai Poli, anziché ricordare umiliazioni e sconfitte nel Continente Nero".

Quale eredità ha cercato di valorizzare la vostra associazione?

"Bove ha lasciato moltissimo materiale sulle sue spedizioni: appunti, diari, schizzi, fotografie, strumentazioni tecniche. Testimonianze preziosissime non solo per ricostruire il contesto dell'epoca, ma anche per comprendere meglio le trasformazioni ambientali e sociali odierne, come sta appunto accadendo in virtù delle sue rilevazioni in Artico e nella regione della Chukotka. A Maranzana, piccolo Comune agricolo del Monferrato astigiano, si è oltretutto conservata l'abitazione originale dove Bove nacque il 23 aprile 1852, ragion per cui è nata l'idea di sfruttare queste risorse per sviluppare un centro di ricerca diverso dal classico museo di conservazione: in collaborazione con la pronipote di Bove, nel 2004 abbiamo dato vita all'associazione lavorando sia al recupero dei contatti con quelle realtà ch avevano avuto a che fare col nostro esploratore, sia alla riscoperta del territorio partendo proprio dalla sua esperienza personale. Fu infatti il vino prodotto da vigneti della famiglia ad aprire a Bove le porte dell'Accademia Navale di Genova, ovviando con abbondanti provvigioni alla mancanza dei titoli nobiliari necessari agli studi. Lo stesso vino sta ora alla base del progetto agrituristico che ruota attorno alla sua casa-museo e che, anche a livello internazionale, rappresenta il biglietto da visita del nostro borghetto medievale".

Che tipo di iniziative sono state realizzate per far conoscere Giacomo Bove e quali aspettative avete ora per il futuro?

"L'Italia sembra essersi completamente dimenticata dei suoi grandi esploratori ottocenteschi e la nostra opera di sensibilizzazione non è per nulla semplice, sebbene l'idea di avviare collaborazione con realtà museali o associative affini possa ovviare alle attuali difficoltà. Fra i confini nazionali, ma anche all'estero, visto la grande visibilità ottenuta da alcune recenti iniziative: penso ad esempio alla spedizione nell'Artico russo condotta tre anni fa dal pronipote di Amundsen, insieme al quale si era cercato di installare in loco alcuni memoriali dedicati a Bove. Il progetto è fallito per le condizioni disagevoli della traversata via terra, ma dovrebbe essere realizzabile nella regione della Chukotka già dalla prossima estate. Nel 2012 siamo invece riusciti a depositare una targa anche in Patagonia, altra terra di spedizione di Bove, mentre l'associazione Turinpolar ci sta aiutando ad ottenere l'emissione di un francobollo dedicato all'esploratore, a integrazione dell'annullo rilasciato lo scorso dicembre. Il mito di Bove, infine, riaffiora anche là dove nessuno sospetterebbe: alle sue fughe giovanili s'ispirò Edmondo De Amicis, quando scrisse "Dagli Appennini alle Ande", mentre è attestato che Emilio Salgari prese spunto dalla sua vita per scrivere alcuni dei suoi racconti più avvincenti. I due, fra l'altro, sono legati dallo stesso filo rosso: Salgari fu il cronista de l'Arena di Verona incaricato di stendere l'articolo sul suicidio di Bove, tragedia che concluse pure la vita dello sfortunato inventore di "Sandokan" e "I pirati della Malesia". Noi tutti abbiamo un grande debito nei loro confronti e, a distanza di tanti anni, dobbiamo ancora saldarlo".

Contatti:

Associazione culturale Giacomo Bove & Maranzana

Sede Museo - Via Giacomo Bove 36, 14040 Maranzana (AT)

Recapito postale - Via S. Antonio 5, 14040 Maranzana (AT)

info@giacomobove.it 

DALLE LANGHE AL PACIFICO

Giacomo Bove ha trovato il suo erede. Si chiama Piero Bosco, è originario di La Morra in Piemonte e, dopo una vita spesa come esploratore delle zone artiche, oggi lavora in qualità di guida specialista per gruppi in cerca dell'ultima frontiera. Nelle sue oltre 80 spedizioni, ha toccato gli antipodi del pianeta: dal Pacifico del nord, dove ha raggiunto località estreme quali le isole Kurili o la Kamtchatka, si è spinto sino alla Groenlandia, all'Antartide e alla Patagonia, installando proprio qui alcuni memoriali dedicati al grande esploratore conterraneo. Il suo grande amore, però, resta la Chukotka dei diari di Bove, regione nella quale è tornato per ben tre volte, ufficialmente su invito della cugina dell'ex governatore Roman Abramovich, più spesso grazie ad amici Chucki e Yuik Eskimo.

Che cos'ha di magico questa terra tanto estrema ed isolata, di cui poco ancora si sa e per la quale occorrono permessi non facilmente ottenibili?

"Nonostante le rapide trasformazioni degli ultimi anni, che hanno portato un insospettabile benessere grazie alle ricche risorse minerarie del territorio, la Chukotka è capace di aprire porte dimensionali su epoche che pensiamo esistere ormai solo nella letteratura di viaggio. Chi ha letto il diario di Bove, infatti, può calarsi con sorprendente vividezza nelle sue stesse esperienze: usando le sue parole, la Chukotka "è di un'ospitalità sui generis: oggi io mangio e dormo nella tua tenda, domani tu dormirai e mangerai nella mia". Certezza basilare che permette a ciascuno di mettersi in cammino per lande estreme, sapendo di non essere mai solo o abbandonato, ma soprattutto di restare sempre sullo stesso piano dell'altro: basta avere con sé un bastone, un paio di scarpe da neve in spalla e un pizzico di grasso di tricheco per ogni evenienza. Non ci sono ricchi, né poveri nei territori fuori dai centri urbani: semplici uomini che si aiutano gli uni con gli altri".

Lontani da tutto e tutti, per lunghi mesi immersi nel buio più totale, i chukci hanno sicuramente modo di coltivare molte abitudini rimaste invariate nel tempo. Fra queste, la musica: che ruolo gioca nella loro esistenza quotidiana?

"Ogni famiglia possiede almeno uno o due iarar, ossia il tamburo. Anche questo è ricavato dalla pelle di foca o di un cavallo marino, ma viene battuto utilizzando piuttosto un osso di balena. Serve per lo più per intonare canzoni molto simili a quelle della tradizione cinese o giapponese, come la famosa lonchina: ma la musica rappresenta soprattutto un accompagnamento per la danza rituale. Spinge infatti a contorcere il corpo mentre si balzella ripetutamente a destra e a sinistra.

In tal modo fa emettere suoni gutturali, stralunando gli occhi. Segno evidente della sua derivazione sciamanica, tenuto conto che i culti tradizionali sono ancora vivissimi: anzi, il sito Pegtyumel, dove sono raccolti ben 34 petroglifi, potrebbe essere considerato il libro sacro della Chukotka. Le sue raffigurazioni di uomini-fungo raccontano infatti del ruolo che l'amanita muscaria ha nel raggiungimento dell'estasi attraverso lo stordimento tossico. Ma dal momento che i funghi non sono così diffusi, si tende a recuperare ogni sostanza che ne conservi gli alcaloidi, inclusa l'urina, bevuta talvolta dagli animali stessi. Questo è il loro modo per raggiungere i tre mondi della cosmologia tradizionale e dialogare coi morti quanto con gli spiriti guida".

La tenda dei Chukci, o yaranga, è forse il simbolo più universale del loro stile di vita, oltre che l'unica forma di rifugio e ospitalità per chi osa spingersi oltre la costa artica. Che tipo di vita si conduce al suo interno?

"Sembra di trovarsi ai tropici. Se si ha modo di alloggiare nel polog, ovvero lo spazio per dormire formato da una piccola tenda nella tenda stessa, la temperatura può superare addirittura i 30 gradi. Mangiare insieme è una delle attività più comuni, in quanto primo gesto d'ospitalità, oltre che rito essenziale per conservare le forze di fronte alla rigidità estrema del clima: lungo la costa vengono servite enormi quantità di pesce crudo e gelato, anche sino a sette chili, usando un gran piatto di legno chiamato chemengue. I commensali si dispongono quindi attorno ad esso e, dopo aver strappato coi denti la pelle del pesce, lo spezzano e lo divorano a partire dalla coda. Talvolta viene accompagnato da una semplice zuppa di vegetali, rigorosamente bevuta con cucchiai d'osso, mentre in seconda battuta si servono pesce cotto, carne di tricheco e grasso di foca. Quest'ultimo è molto prezioso perché serve anche ad alimentare le loro lampade eck, il cui lucignolo è fatto di muschio e illumina sempre i tre punti fondamentali della tenda: la soglia d'ingresso e le pareti laterali. Nella parte centrale, invece, si trova una caldaia sospesa nell'aria, utilizzata per fondere la neve e cuocere le vivande".

Quanti pensieri richiamavami alla memoria quella pallida luce! Okincia, Taneba si ricorderanno ancora di me? Impossibile! Il tempo, i nuovi visi veduti, la mancanza di notizie mi avranno completamente cacciato nell'oblio (dal diario di Giacomo Bove)

La Chukotka riuscirà a sopravvivere alle rapide trasformazioni in corso, o rischia piuttosto di essere fagocitata dal mercato globale?

"Difficie prevederlo. Sicuramente la natura ostica del suo territorio rappresenta una difesa eccezionale, ma il vero problema non è tanto di carattere antropico, bensì climatico. L'habitat sta cambiando e, con esso, potrebbe trasformarsi anche lo stile di vita degli abitanti. Per la prima volta nella sua storia, lo scorso anno l'isola di Arakamchechen non ha ospitato alcuna colonia di trichechi, che qui si raccolgono tradizionalmente nel periodo di riproduzione. A quanto pare il clima non è più favorevole. Persino le Alche e le Pulcinelle dai Ciuffi non seguono più le stesse rotte migratorie. Se le abitudini degli animali cambiano, inevitabilmente anche i chukci dovranno ridisegnare il proprio stile di vita, che si fonda appunto sulla caccia o l'allevamento. Benché siano state create scuole per preservare la loro cultura, tradizionalmente immateriale, il vero rischio è che fra qualche anno l'economia basata sull'autosufficienza sia completamente soppiantata da quella fondata sul denaro, oggi sempre più essenziale".

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L'ARTICO CAMBIA COLORE

Non solo gas e petrolio. Benché in Occidente si continui a tacciare la Russia di mero sfruttamento delle risorse naturali dell'Artico, tanto d'aver lanciato la campagna "Save the Arctic", dal Cremlino arriva l'ennesima e puntuale smentita. Mosca ha infatti ufficializzato che il Primo Ministro Dmitry Medvedev ha firmato proprio lo scorso 26 febbraio un decreto per istituire un nuovo parco nazionale nella penisola di Onega, lingua di taiga protesa nella Baia Una del Mar Bianco (dipartimento di Arkhangelsk) e protetta per ben 201.668 ettari. Grazie a questo provvedimento "è stato posto un freno efficace allo sviluppo industriale nell'area - ha evidenziato lo stesso Medvedev - alla quale, nell'arco degli ultimi 20 anni, era stato sottratto quasi il 60% di suolo naturale: un concentrato unico e peculiare di foresta boreale, dove vivono rare specie della flora e della fauna artica, oltre che popoli pomor capaci di coniugare insolitamente attività di allevamento e pesca (il parco, non a caso, è stato battezzato "Onezhskoye Pomorye")". Attraverso l'impegno del Wwf Russia è stato inoltre possibile spostare molto più a sud una strada di collegamento che avrebbe danneggiato quasi 25mila ettari di foresta, senza tuttavia rinunciare alla vocazione turistica del parco (il 45° su tutto il territorio russo), ora visitabile tramite i volontari del sodalizio per la protezione ambientale. "Già ben avviato - ha chiosato il Primo Ministro - è invece il progetto dell'altro parco nazionale creato a nord dell'arcipelago Novaja Zemlja, ex poligono nucleare dal 1950 al 1990, oggi capace di accogliere 800 turisti nel 2011 e ben 14 navi da crociera la scorsa stagione. Quest'area copre ben 15mila ettari, includendo anche buona parte delle isole Francesco Giuseppe, dove da tempo si sono installate ampie colonie di uccelli, orsi polari, foche, trichechi e balene dalla testa arcuata". 

Un risultato particolarmente significativo, tenuto conto che le 191 isole sono coperte per l'85% da ghiaccio perenne, trovandosi ad appena 869 km dal Polo Nord geografico. Medvedev ha però glissato sulla situazione nella parte meridionale dell'arcipelago, ancora saldamente in mano all'esercito russo in virtù della sinistra base di Rogachevo, vicino alla quale, nel 1961, avvenne la detonazione della cosiddetta Bomba Zar. Eufemismo per indicare il più potente, e al tempo stesso il più "pulito", ordigno nucleare mai fatto esplodere: 57 Megatoni. Avessero rispettato il progetto originale, che prevedeva un bomba da 100 Megatoni, forse i russi non avrebbero avuto neppur bisogno di presentare il nuovi parchi nazionali.